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Oltre l'indignazione

Oltre l'indignazione

In queste ultime settimane, sfogliando i giornali, pare di essere tornati indietro ai tempi di tangentopoli. Una nuova ondata di scandali sta lì a testimoniare che a nulla è servito dare il giro, virtualmente, alla prima repubblica tanto che ora ci troviamo nella stessa situazione di allora, anzi peggio. E' da tempo che la magistratura sostiene che l'attuale livello di corruzione e malaffare, nella politica e nella pubblica amministrazione, sia peggiore di quello degli anni '90. Lo ha ribadito in questi giorni il giudice Cantone, nominato in fretta e furia, per tentare di arginare la vergogna della cosiddetta "cupola degli appalti" che vigilava sulla spartizione dei lavori per Expo 2015. E il bello, si fa per dire, è che i politici fanno gli sprovveduti. Non sapevano: "ma come è potuto accadere?" Neanche la vergogna li piglia, ma d'altra parte basta leggere le biografie degli squallidi personaggi che in questi giorni alimentano le pagine di cronaca politico-giudiziaria, e spesso delle loro consorti conniventi, per capire il nulla morale che li contraddistingue. Il vuoto etico che li ha accompagnati nella vita pensando solamente a come fregare il prossimo facendolo però, e questa è la cosa che più infastidisce, dai salotti buoni, dalle stanze del potere, dagli yacht di famiglia, utilizzando soldi pubblici mentre migliaia di famiglie lottano per un posto di lavoro che non c'è e i giovani, quando riescono a finire gli studi, sono costretti ad emigrare come fecero i nostri avi nel secolo scorso. Questa feccia della società sta completando l'opera che non riuscirono a completare i "mariuoli" di tangentopoli: cancellare il futuro alle nuove generazioni. L'Italia oggi non ha futuro.
Tornando ad Expo 2015 è da anni, almeno da quando si è iniziato a parlare di questo grande spreco di denaro pubblico - per mettere in evidenza al mondo una "grandeur" che non abbiamo - che la magistratura, le associazioni o i singoli che si battono per la legalità tentano di dirlo: bisogna stare attenti alle infiltrazioni mafiose, serve alzare il livello di guardia. Ma questi argomenti non interessano, non fanno audience e poi in fondo in Italia "si è sempre fatto così" ...
E' triste poi notare come i nuovi delinquenti, in parte, siano addirittura gli stessi di allora.
Il cuore del ragionamento di questo articolo è che nel '92 ci si è fermati all'indignazione, ma evidentemente non è bastato e oggi serve andare oltre, fare un salto qualitativo capace di entrare nella coscienza della collettività. Ai tempi si è trovato qualche capro espiatorio, si è dato vita ad un bel teatrino mediatico per qualche tempo, ma di fatto poco o nulla è cambiato veramente. I partiti, nel migliore dei casi, hanno giusto cambiato il nome, ma non c'è stato alcun ricambio né generazionale, né intellettuale, né ideologico. Questo ci dovrebbe far fare un esame di coscienza perchè se, dopo tutto il can can del '92, certi personaggi sono riusciti a riciclarsi in qualche istituzione pubblica possono ringraziare il voto di quegli stessi italiani che tiravamo le monetine ai politici in fuga.
Va evidenziato che il malaffare è sempre un passo avanti ed ha una grande capacità di precorrere i tempi: sa innovare. A partire dalla fine degli anni '70 la malavita capisce che agire solamente sul livello politico sta diventando rischioso. Escono, anche a livello internazionale, i primi grandi scandali legati alla corruzione ed allora avviene un passaggio sotterraneo ma epocale: gli attori rimangono più o meno gli stessi, ma i luoghi delle decisioni passano dalle stanze della politica, comunque pubblica, a quelle dei comitati d'affari ovviamente privati. Una sorta di privatizzazione ante litteram solo che, in questo caso, si parla di organismi che decidono della vita di cittadini utilizzando risorse della collettività.
Qualcosa non ha funzionato e il nostro pensiero ci dice che l'anello debole della catena sia stato, come accennato in precedenza, limitarsi all'indignazione credendo che lo Stato avrebbe avuto, all'interno dei propri organismi istituzionali, gli anticorpi per debellare la malattia, ma così non è stato. Ora che l'illegalità è nuovamente emersa in superficie e la tocchiamo con mano non dobbiamo ripetere gli errori del passato e serve quindi andare "oltre l'indignazione", serve sporcarsi le mani, entrare nell'arena e combattere per squarciare il velo che nasconde la debolezza e l'incapacità dei partiti di proporre schemi e modalità nuove di fare politica. Non bisogna farsi spaventare dalla grandezza del compito come non serve pensare che i problemi li risolveranno i potenti del mondo. Serve piuttosto lavorare a livello locale, nella propria comunità, nel proprio territorio. Bisogna anche smettere di pensare, come ci vogliono far credere quelli che detengono il potere, che i cittadini comuni non abbiano gli strumenti per poter fare qualcosa. Gli strumenti li abbiamo, eccome, basterebbe far rispettare i diritti costituzionalmente sanciti e spesso ignorati come la trasparenza della macchina amministrativa e la partecipazione dei cittadini alle decisioni rilevanti; buone pratiche che, per quanto riguarda la nostra città ed alla luce degli ultimi articoli usciti su una nota testata nazionale, paiono non essere di casa.
Come diceva uno slogan di qualche tempo fa: "cambiare si può" c'è però bisogno di rimettere al centro il bene comune e l'interesse della collettività spostando il fulcro dell'azione politica dal materialismo imperante ad un nuovo umanesimo fatto di virtù, emozioni, passione. Serve ritrovare, per dirla con le parole di Anthony Giddens: « .... l'emozione di fare politica. Non basta sostenere, razionalmente, che una certa scelta è la scelta giusta: bisogna anche crederci, col cuore».

 Articolo pubblicato su "La Voce" di lunedì 19 maggio 2014

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