Un'ordinaria domenica eporediese

Un'ordinaria domenica eporediese

L’editoriale di questa settimana prende spunto da una situazione realmente accaduta.
E’ una tranquilla domenica di primavera e in piazza Castello una coppia di turisti francesi, con l'immancabile guida in mano, si avvicina per chiedere qualche informazione non riuscendo a districarsi nella visita. La parte alta della città, quella medievale, potrebbe diventare un punto di partenza per un appagante tour cittadino essendoci in quella zona anche comodi parcheggi e aree ombreggiate per una sosta temporanea. Il Castello, il Duomo, la Cripta, il Palazzo vescovile, il Chiostro dei canonici, il panorama sulla città dalla terrazza in fondo alla piazza, il Palazzo della Credenza e la vicina Sinagoga, oltre l’interessante area di proprietà della curia vescovile oggi non accessibile, ma che si potrebbe rivalutare ed aprire al pubblico, ovviamente rapportandosi con l’ente religioso, sarebbero un bel biglietto da visita per chiunque decidesse di passare una giornata visitando la nostra città. Le due piazze oggi utilizzate solo come parcheggio potrebbero diventare un luogo di ritrovo con un punto di informazioni turistiche, un bar-ristorante e magari qualche mercatino temporaneo per la vendita dei prodotti tipici locali, ma dobbiamo utilizzare il condizionale perché oltre le parole sentite nei decenni passati non abbiamo ancora mai visto nulla di concreto.
Incontriamo i nostri turisti increduli davanti alla triste barriera che nasconde lo storico Castello delle rosse torri e ci chiedono se abbiamo idea degli orari di apertura. Dobbiamo dire loro che il castello è ormai abbandonato a sé stesso e da tempo non ci sono visite guidate nonostante una meritevole associazione abbia fatto di tutto per tenerlo aperto eseguendo le minime opere di manutenzione necessarie. L’abbandono del castello non è cosa recente e, salvo qualche sporadico e poco convinto tentativo di riutilizzo, si tratta di un processo di decadimento che dura da decenni.
Da qualche mese si è concluso il processo di sdemanializzazione e l’edificio è passato dallo Stato al patrimonio comunale e questo è bastato per far partire la solita campagna propagandistica, guarda caso a poco più di un anno dalle elezioni, da parte dell’attuale maggioranza per glorificare le magnifiche sorti del fatiscente maniero. Peccato che non si sia evidenziato che saranno necessari nei prossimi anni interventi per la sola messa in sicurezza e minimali operazioni di restauro conservativo che necessiteranno di cifre che superano i 5 milioni di euro che nessuno ha mai pensato di accantonare, nel tempo, nel bilancio del Comune nell’apposito capitolo di spesa. Propaganda quindi che sa tanto di presa in giro quando leggiamo nel bilancio di previsione 2017-2019 che le cifre ipotizzate per la sistemazione vedono un investimento di 165.000 euro nel 2017, un milione nel 2018 e 840.000 euro nel 2019 che, sommati, portano ad una cifra totale di 2.005.000 euro ben inferiore a quanto necessario. Si sa che uno degli indicatori della concretezza delle promesse di una pubblica amministrazione è la certezza delle risorse economiche ed evidentemente non è il nostro caso se i fondi del 2018 dovrebbero arrivare da un non meglio precisato “contributo” (nello scorso numero auspicavamo nel ritorno del signor Bonaventura, chissà …) e quelli del 2019 per 588.000 euro da un altro generoso contributo e i rimanenti 252.000 dall’accensione di un mutuo. In questa previsione economica l’unica cosa certa, come diceva Cartesio, parrebbe essere il dubbio; altro che magnifiche sorti.
Appreso della situazione del castello i nostri turisti d’oltralpe, dopo aver sfogliato la loro guida, ci chiedono notizie sugli orari del Museo civico che ci dicono aver letto essere stato da poco riaperto. Consapevoli della capacità dei cugini transalpini di organizzare e far fruttare, anche economicamente, la cultura e il turismo cominciamo a sentirci un po’ a disagio anche perché su questi temi ci siamo battuti fin da inizio mandato senza venire ascoltati. Gli orari del museo sono infatti così articolati che servirebbe un algoritmo specifico per sapere se in un determinato giorno e a una determinata ora il museo sarà aperto o chiuso. Trattandosi della seconda domenica del mese il museo è chiuso: e due. Gli amici transalpini cominciano a guardarci con rassegnazione e continuando a scorrere la loro guida ci chiedono notizie dell’Anfiteatro romano … e dal disagio passiamo allo sconforto: visitabile dall'esterno aggrappandosi alla cancellata.
Sinagoga: chiusa fino a data da destinarsi.
Cominciamo a guardare nervosamente il telefono in attesa di una telefonata liberatoria che ci potrebbe smarcare da questa figuraccia in salsa eporediese ed ecco che, in un italiano stentato, arriva l’ennesima stoccata: la richiesta di visitare La Serra di Cappai & Mainardis. “Abbiamo sentito della candidatura Unesco e siamo rimasti stupiti dell’assenza tra gli immobili segnalati di questo importante edificio-monumento simbolo universale e imprescindibile dell’architettura olivettiana: possiamo visitarlo?”
Assolutamente no, sarebbe stata la risposta, anche se una parte, la Sala Cupola, è pure di proprietà comunale, ma non abbiamo avuto il coraggio di dirglielo.
Avevamo nel frattempo scritto un sms ad un amico pregandolo di fare una finta telefonata ed ecco che il salvifico squillo sopraggiunge facendoci tirare un sospiro di sollievo: “Pronto? Sì stiamo arrivando, abbiamo avuto un contrattempo, ma arriviamo subito”.
Ci scusiamo quindi con i nostri interlocutori francesi e, aggrappandoci al richiamo all’ordine appena ricevuto, li salutiamo con molta amarezza e un moto di sconforto per aver toccato con mano per l’ennesima volta la pochezza e l’assenza di programmazione in tema di valorizzazione culturale e turistica ad Ivrea, città che meriterebbe ben altre attenzioni da parte della politica.
“Passez vous une bonne journée dans notre ville” concludiamo laconicamente, con un ancor più stentato francese, e in cuor nostro speriamo non abbiano da passare dalle parti dell’abnorme e sgraziato poliambulatorio portandosi così negli occhi, non avendo potuto visitare null’altro, quell’immagine grottesca come simbolo di una città nella quale pare la bellezza, tanto cara ad Adriano Olivetti, non sia più di casa.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 28 marzo 2017

 

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