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Domenica, 19 Aprile 2020 22:55

La grande lezione

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Siamo tutti consapevoli che l’estensione delle restrizioni finalizzate al contenimento del contagio da covid-19 ci terrà chiusi in casa almeno fino al 3 maggio.

Una piccola apertura è stata concessa alle cartolerie, alle librerie e ai negozi di vestiti per bambini e neonati, salvo in Lombardia e in Piemonte dove i rispettivi governatori hanno deciso di mantenere le attuali condizioni anti contagio, evidentemente consapevoli delle criticità ancora presenti in queste due regioni ormai prima e seconda in Italia per numero di infetti e di morti.

Sono state anche inserite tra le attività produttive consentite la silvicoltura e l'industria del legno. Un passo alla volta sembra che ci si stia muovendo verso una ripresa delle attività lavorative con una graduale apertura agli spostamenti delle persone, ma il tutto ovviamente a partire dal 4 maggio anche perché la famosa curva epidemica, che tutti vorremmo invertisse velocemente la tendenza, stenta ad iniziare una discesa convincente. In Piemonte poi questa discesa non appare ancora significativa con l’aumento di 627 nuovi contagi (dati di sabato scorso) che portano il totale a 20.581 e ulteriori 78 deceduti, che salgono così al significativo numero di 2.302

Sembra passato un secolo da quando abbiamo dovuto reinventarci una vita quotidiana tra le mura domestiche e se nelle prime settimane prevaleva una forte aspettativa di ripartenza immediata, spesso alimentata da incauti proclami e conseguenti irresponsabili azioni di alcuni politici, col trascorrere del tempo sta prendendo piede un certo scoramento causato da una luce in fondo al tunnel, abusata definizione, che non si riesce ancora a vedere.

Abbiamo avuto però in questo periodo molto tempo per pensare, per riflettere sulla nostra “vita precedente” ed ora, anche leggendo e percependo il sentimento comune, possiamo cominciare a trarre qualche considerazione, qualche insegnamento, si spera, dalla lezione che il virus globale ci sta dando.

Sono ormai chiare le origini del virus e si stratta dell’ennesimo caso di zoonosi e cioè di trasmissione all’uomo di un virus presente negli animali. Covid-19 non è certo una novità in questo campo perché tutte le precedenti epidemie, dall’AIDS a Ebola, tanto per citarne due delle tante, hanno avuto la stessa genesi. I virus esistono sulla Terra da ben prima dell’arrivo dell’uomo e hanno sempre coabitato con tutti gli esseri viventi che evidentemente, se non si sono estinti, hanno sviluppato gli anticorpi necessari per neutralizzarli. All’interno del nostro corpo sono presenti trilioni (migliaia di miliardi) di virus e di batteri che non ne compromettono la vita stessa. Il problema è quindi il passaggio dall’animale all’uomo, ma questo tipo di contagio, in condizioni normali, non dovrebbe accadere. Ci sono state quindi delle condizioni di alterazione di un auspicabile “equilibrio ambientale” tutte ascrivibili ad una cultura antropocentrica che ci ha portato a pensare di essere un’entità superiore separata dal resto della natura, intesa come l’insieme della altre forme di vita sul Pianeta. Invece di considerarci, in una visione olistica della nostra esistenza, parte integrante di un complesso organismo vivente globale abbiamo cominciato a depredarlo all’inverosimile. Oggi, come in una macabra profezia, si sta avverando ciò che molti studiosi sostenevano decenni fa riguardo la necessità di salvaguardare la nostra Madre Terra rallentando uno sviluppo insensato basato esclusivamente sul profitto, su un dissennato sfruttamento delle risorse e dei più deboli. Evidentemente questi campanelli di allarme non sono stati ascoltati e inquinamento, deforestazione, guerre, allevamenti intensivi, utilizzo sconsiderato di sostanze tossiche  in agricoltura, inurbamento delle popolazioni con relativo svuotamento delle campagne e delle montagne ci hanno portato sull’orlo di un baratro che ora, un infinitamente piccolo virus, ci fa toccare con mano.

Non basterà infatti sconfiggere il virus per ritornare  a vivere come prima per il semplice motivo che come viveva prima la parte più ricca della popolazione mondiale è uno status di fatto insostenibile. Eravamo seduti su una bomba pronta a esplodere e il virus non ha fatto altro che pigiare il detonatore perché non ci erano evidentemente bastate tutte le catastrofi naturali, con relativi esodi biblici, causate dai cambiamenti climatici per farci rallentare, per cominciare a ragionare su quali dovrebbero essere i veri valori da perseguire in quanto esseri senzienti e dotati di intelligenza.

Si sono invece moltiplicate le guerre, anche con bambini soldato, c’è stato un aumento esponenziale della povertà, si sono moltiplicate le violenze nei confronti dei più deboli e dei “diversi”, ci siamo voltati dall’altra parte di fronte ai bambini che morivano di fame e di sete in Africa o di malattie facilmente curabili mentre noi, popoli “sviluppati”, depredavamo risorse naturali non infinite: dal petrolio al coltan, dalle terre rare al rame, dai diamanti all’oro in una folle rincorsa verso l’accumulo di denaro. Ci sono persone che  hanno patrimoni personali superiori al PIL di interi Paesi e nel frattempo milioni di persone hanno redditi inferiori a un dollaro al giorno e non sanno se arriveranno a domani.

Il virus ci sta  facendo capire che siamo tutti uguali e la ricchezza materiale, ancorché smisurata, non può mettere al sicuro nessuno. Il virus ci sta venendo incontro, ci sta dicendo che è arrivata l’ora di fermarsi per riflettere seriamente sul futuro prossimo, ma facendolo in un’ottica di fratellanza e di solidarietà globale.

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Francesco Comotto

Consigliere Comunale a Ivrea dal 2013.

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