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Lunedì, 18 Novembre 2013 17:46

Sua maestà il rifiuto

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Nella lunga storia evolutiva dell’uomo, dopo innumerevoli avanzamenti, siamo entrati in una fase discendente della quale, per ora, non si vede la fine e, soprattutto per le nuove generazioni, non si tratta certo di una bella notizia.
Tra le diverse problematiche che dobbiamo fronteggiare ce n’è una che sta assumendo i contorni del dramma ed è quella dei rifiuti. Sì proprio i rifiuti, la monnezza, gli scarti, il pattume, le eccedenze, chiamiamoli con il nome che vogliamo, ma di quello si tratta. Non si tratta di una sorpresa caduta dal cielo all’improvviso, ma la logica conseguenza delle teorie economiche neo-capitalistiche, in special modo nella loro derivazione liberista.

Lasciamo perdere le questioni ideologiche che in questo contesto non ci interessano. Il capitalismo, che come sappiamo è il sistema economico e produttivo che ha dominato la scena negli ultimi 250 anni, è basato sulla creazione di surplus, sull’accumulo e sulla competizione. Queste possono sembrare banalità, ma se ci pensiamo bene si tratta di dogmi che potrebbero essere la causa primaria di alcuni dei più gravi problemi con i quali ci dobbiamo oggi confrontare: i rifiuti appunto, l’inquinamento, lo scempio ambientale tralasciando in questa sede, per motivi di spazio, questioni di notevole rilevanza sociale.
Il nuovo capitalismo, nelle mani di pochi, ci dice che la produzione di beni non è più un mezzo, come era alle sue origini, ma è diventata un fine. Bisogna produrre per produrre, indipendentemente dalla necessità di ciò che si produce, e convincere i consumatori di avere bisogno proprio di quei determinati prodotti che, ad un esame un po’ più attento, spesso sono superflui e di nessuna utilità. Uno per tutti i prodotti usa e getta. Quindi oggi nel mondo ricco non abbiamo più il problema della sopravvivenza, ma quello di come smaltire le immense quantità di rifiuti prodotti dai nostri stili di vita consumistici, venati di quella schizofrenia che ci fa comprare a Palermo l’acqua di Aosta e/o viceversa o a riempire le nostre case di suppellettili o beni che non utilizzeremo mai e che quindi nascono già come rifiuto.
Nel frattempo poi, mentre noi abbiamo il problema dello smaltimento, milioni di persone non hanno l’essenziale per sopravvivere. E questa sarebbe una civiltà evoluta?
Abbiamo riempito discariche che rimarranno, come enormi sarcofagi, a testimoniare di questa società dei consumi incapace di fare l’unica cosa veramente efficace per risolvere il problema dei rifiuti: non produrli. Abbiamo esportato nei paesi del terzo mondo, o molto più semplicemente in aree al di fuori di ogni controllo, come la terra dei fuochi nel casertano, migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e nocivi. Sulle nostre teste, in orbita, circolano una quantità immensa di rifiuti spaziali anche di dimensioni considerevoli. Non sapendo più che altro fare abbiamo pensato di bruciare i rifiuti pur essendo consci, grazie a studi ormai fondati su solide basi statistiche, della nocività di tale attività. Ora ci vengono propinati i piro-gassificatori che, basandosi sempre sulla combustione, comunque sia, producono inquinanti e residui tossici. Sappiamo che l’amianto è causa di tumori da almeno qualche decennio ed abbiamo avuto ed abbiamo sotto gli occhi una quantità di tettoie, capannoni, edifici civili coperti con amianto, ma siamo sempre andati avanti senza preoccuparcene, almeno fino a quando qualche parente o conoscente finisce i suoi giorni aggredito dal mesotelioma. Allora, ma solo allora, scatta l’indignazione.
Serve aprire gli occhi, diventare responsabili delle sorti del pianeta su cui viviamo. Abbiamo oggi tutti gli strumenti per risolvere radicalmente e definitivamente questo problema. Perseguire le finalità della campagna Rifiuti zero è possibile e lo dimostrano città come S.Francisco e un numero sempre maggiore di comuni italiani che, dopo il precursore Capannori (LU), si stanno impegnando in tal senso. Si tratta di mettere insieme un mix di attività e abitudini che vanno dalla raccolta differenziata (senza grandi sforzi si può arrivare al 75-80%), al riuso dei materiali durevoli, al riciclo, al riutilizzo dei contenitori, all’eliminazione degli imballaggi superflui. Ma soprattutto basterebbe, a monte della filiera, obbligare chi vuol produrre un qualsiasi bene a progettarne l’intero ciclo: dalla produzione allo smaltimento che ovviamente non dovrà generare rifiuti di alcun tipo. L’obbligo ben presto, in una società consapevole, moderna e civile, si trasformerebbe in un aspetto culturale diventando consuetudine. Come sempre dobbiamo evidenziare un grande assente dal dibattito legato al benessere dei cittadini e cioè la politica. La politica oggi non ha nessuna visione, alcuna capacità a proiettarsi nel futuro e vive cercando di arginare le emergenze. Ad esempio costruire un inceneritore come quello di Torino vuol dire che è già stato deciso che non si dovrà ridurre la quantità di rifiuti prodotti altrimenti tale mostro tecnologico non si potrà alimentare e la società che lo gestisce non potrà generare i profitti legati alla combustione. Così però, oltre ai rifiuti, bruciano letteralmente anche il nostro futuro e non danno scampo alle generazioni che verranno. Ma gli attuali decisori hanno il diritto di decidere sulla nostra salute, sulle nostre vite? Bisogna fermare questa deriva. Possiamo rimanere inermi e continuare a guardare negli occhi i nostri figli sapendo ciò che li aspetta?

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Francesco Comotto

Consigliere Comunale a Ivrea dal 2013.

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