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Mercoledì, 31 Ottobre 2018 12:43

Collaborare per il bene della città

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Ognuno di noi ha avuto e può avere tutt’ora dei punti di riferimento che hanno contributo ad arricchirne il pensiero, il comportamento, il senso di appartenenza ad una comunità. Per chi, come me, ha avuto la fortuna di nascere e vivere ad Ivrea due sono le persone che maggiormente hanno influenzato la mia crescita morale e intellettuale: Adriano Olivetti e il Vescovo emerito Monsignor Luigi Bettazzi.
Olivetti ha sempre ispirato la mia attività di amministratore pubblico e la formazione più prettamente politica in quell’ottica di superamento dei partiti tradizionali che lui stesso vedeva già allora (parliamo della parte centrale del novecento) arrivati a fine corsa nelle sue elaborazioni teoriche. Scrive Giancarlo Bosetti su Reset: “L’ispirazione liberal-sociale dell’imprenditore di Ivrea contrastava l’egemonia della Dc a destra e del Pci a sinistra, con un’idea di autogoverno basato su piccole comunità, e collocava al centro della vita pubblica la capacità critica della persona-cittadino, non le grandi organizzazioni di parte”.

Ma di questo si è parlato più volte in altre occasioni; oggi volevo fare qualche riflessione riguardo all’altro personaggio citato in apertura sollecitato e stimolato da una recente intervista su un giornale locale dal significativo titolo: “Ivrea non riesce a ritrovare la sua identità e a ripartire con il passato entusiasmo”.
Luigi Bettazzi per quelli della mia generazione è stato una figura importantissima capace di andare oltre l’inclinazione religiosa di ognuno aprendo strade nuove e coraggiose verso la società e la politica inimmaginabili prima di lui in un mondo cattolico chiuso e poco disponibile al dialogo. La sua lucidità di analisi e la grandissima capacità di ascolto, rimaste intatte, sono state di esempio a diverse generazioni di eporediesi, avendo ricoperto il suo ruolo dal novembre del 1966 al febbraio del 1999, e fa piacere ricordare come sia oggi l’unico vescovo italiano testimone del Concilio Vaticano II.
Ero giovane, molto giovane, nel 1976 quando balzò agli onori della cronaca per il suo famoso carteggio con l’on. Enrico Berlinguer allora Segretario di quel Partito Comunista Italiano nel momento della sua massima espansione. Quello scambio di lettere, come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, andrebbe fatto studiare nelle scuole, a partire dalle secondarie, perché contengono in nuce quel processo di messa in discussione di una visione dogmatica e ideologizzata della politica che porterà poco più di un decennio dopo alla caduta del Muro di Berlino.
Mons. Bettazzi scrive a Berlinguer dopo un carteggio con l’on. Zaccagnini, neo segretario della Democrazia Cristiana. Il partito, scrive: “che accoglie nella stragrande maggioranza persone che si dichiarano ispirate da una ideologia cristiana”. Segretario che egli: “esorta discretamente ad esigere una maggiore coerenza dei membri, e soprattutto dai responsabili, sul piano della competenza e dell’onestà personali, ma più ancora ad impegnare il partito a dimostrarsi veramente “cristiano”, a mettersi quindi sul piano di una politica più aperta e impegnata, in ordine alle esigenze della giustizia sociale e di una più effettiva uguaglianza di tutti i cittadini nei loro doveri”.
A rileggere certi passaggi, come accade con Olivetti, colpisce la loro modernità e ci assale come un senso di impotenza e la netta sensazione di aver perso il treno di una storia che avrebbe potuto essere e non è stata. Una storia incentrata sull’uomo e sui suoi bisogni, sulla pace e la cooperazione, su un dibattito politico incentrato sui valori e non sulle ideologie spesso accompagnate dalla violenza con il “frequente ripiegarsi delle rivoluzioni in strutture burocratiche, nuovamente conservatrici”.
Una storia nuova, come scrive Mons. Bettazzi nella sua lettera riferendosi ai cristiani che allora votarono il PCI facendolo: “pensando di promuovere una società più giusta, più solidale, più partecipata” per contrapporsi: “ad uno spiritualismo ambiguo, che diceva di voler salvaguardare i valori più alti, ma lasciava il concreto e la storia alla mercé dei più potenti e dei più furbi”.
Ogni evento andrebbe contestualizzato e va detto che le parole di Mons. Bettazzi pronunciate in quegli anni erano rivoluzionarie come lo è stato il pensiero profetico di Adriano Olivetti, disinnescato dalla politica della “casta” di allora. E per toccare quei livelli serve innanzi tutto coraggio, grande capacità di visione e poi una profonda convinzione della capacità dell’uomo di poter rimettere in carreggiata il corso della storia modificando comportamenti non corretti, a volte disumani come le guerre, come quando, scrive il Vescovo emerito: “si dichiara di voler difendere la libertà di tutti, ma in realtà si difende la propria libertà, quella di certi vantaggi economici e di certi privilegi sociali, senza pensare che essa ha per contrappeso una condizione non altrettanto libera per coloro che vivono alla giornata, esposti a tutte le incertezze e a tutte le schiavitù sul piano del lavoro, della casa, dell’istruzione dei figli, della cura delle malattie”.
Sembra di leggere questioni del tempo in cui viviamo, seppur datate di oltre trent’anni, e ne esce forte la volontà di superare le barriere ideologiche, i vessilli, le bandiere per guardare all’altro con occhi nuovi alla ricerca di “una più matura riflessione, favorita da verifiche culturali e sociali, di trent’anni di democrazia parlamentare che potrebbe portare ad un atteggiamento che, senza nulla rinunciare della concretezza e del dinamismo nel rinnovamento sociale, sapesse accantonare gli aspetti superflui delle ideologie e certi metodi controproducenti di prassi sociale”.
Purtroppo il dialogo tra Monsignor Bettazzi e Berlinguer non diede i frutti sperati. La politica ha continuato sulla strada del dissolvimento dei valori e del bene comune sulla scia, anch’essa profetica, di quanto Enrico Berlinguer sosteneva nell’aula di Montecitorio nel 1977: “Si manifestano oggi, in tutta la compagine sociale italiana, le conseguenze di uno sviluppo economico che per anni ha accumulato ingiustizie, distorsioni, squilibri, parassitismi, privilegi, sprechi. Lo Stato e i poteri pubblici lungi dal contrastare e correggere tale tipo di sviluppo, lo hanno assecondato e protetto con pratiche sperperatrici, inique, clientelari”.
Grandi uomini, grandi ideali, immensa onestà intellettuale. Tutti elementi sostanziali e necessari per una rinascita morale e valoriale della politica che qui e ora, ad Ivrea e nel Canavese, terra di utopie possibili, si potrebbero rimettere in circolo come auspicato da Mons. Bettazzi in una recente intervista nella quale ad una domanda sull’Unesco ha risposto: “Ivrea era patrimonio dell’umanità nel XX secolo. Penso che i politici dovrebbero collaborare fra di loro per riportare lo spirito di Adriano Olivetti in tutti i settori del vivere cittadino, superando la tentazione di visuali chiuse nel particolare interesse dei singoli raggruppamenti”.

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Francesco Comotto

Consigliere Comunale a Ivrea dal 2013.

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