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Giovedì, 13 Settembre 2018 16:01

Dalle ideologie agli ideali

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Da qualche tempo la maggior parte dei cittadini al solo sentire la parola “politica” viene assalita da un attacco di orticaria. Lo dimostrano le percentuali sempre più basse di elettori che si recano alle urne in occasione di una votazione. Le ultime in ordine di tempo, siano esse europee, nazionali o locali, hanno visto aumentare ancora di più l’astensione e questo perchè gli elettori non si sentono più rappresentati dalla politica di quei partiti che per cinquant’anni, seppure a fasi alterne, hanno tenuto nelle proprie mani le redini della vita pubblica italiana.
Vivendo noi in una Repubblica basata sulla rappresentanza democratica viene facile capire perché oggi ci troviamo in una situazione di grande smarrimento e confusione le cui cause, un po’ troppo superficialmente vengono additate e limitate al “populismo”.
Ma cosa sarà mai questo populismo?

Termine che fino a dieci anni fa nessuno utilizzava quando la politica era saldamente nelle mani di una classe dirigente, spesso corrotta, che tutto faceva meno che assolvere alla sua funzione pubblica curando esclusivamente interessi di parte, conquista di poltrone, gestione clientelare del potere. Visto che ancora oggi qualcuno tende, pervicacemente e con immotivata supponenza, ad additare tutte le colpe agli altri va chiarito che non si è trattato di una questione di destra o di sinistra, ma di occupazione indebita dell’amministrazione e della gestione dello Stato da parte di partiti che nei decenni hanno perso tutte quelle caratteristiche di rappresentanti del popolo per le quali erano nati all’inizio del ‘900.
La situazione era così chiara ed evidente che in molti sostenevano pubblicamente che stavamo andando a schiantarci contro un muro, ma i governanti di ieri, forti dell’appoggio di potentati economici quasi sempre costituiti da multinazionali senza scrupoli (molto attivi anche ora), hanno sempre pensato che la situazione non avrebbe potuto cambiare. A forza di tirare la corda capita però che crollano i ponti, le nostre città si sbriciolano al primo terremoto, cadono i controsoffitti nelle scuole, si respira aria fortemente inquinata, mangiamo cibo spazzatura acquistato in supermercati sempre più grandi mentre gli agricoltori locali non riescono a campare, viaggiamo su strade colabrodo, assistiamo passivamente alla cementificazione dei terreni agricoli, abbiamo assistito ad una privatizzazione selvaggia di aziende pubbliche comprese quelle fortemente strategiche per il Paese e via discorrendo. Tira, tira anche la corda più forte si spezza ed ecco che quel popolo, che magari non si è sbattuto più di tanto nei decenni precedenti, abbagliato da qualche “favorino” e da qualche aiutino da parte del politico di turno, decide di cambiare e vota quelle forze che promettono di abbattere un sistema ormai arrivato al capolinea, ma era solo una questione di tempo.
Capita così che al Governo nazionale ci sia una coalizione, definita giallo-verde, inimmaginabile solo fino a pochi anni fa composta dal Movimento 5 stelle e dalla Lega, una volta Nord e ora acchiappa voti su tutta la Penisola. Forza alla quale gli ultimi sondaggi attribuiscono addirittura una percentuale di consenso vicina al 40% il che, in caso di elezioni anticipate, aprirebbe scenari altrettanto imprevedibili fino a ieri.
In una democrazia compiuta l’alternanza è possibile ed anzi auspicabile. Le forze politiche uscite sconfitte dalle urne dovrebbero accettare il risultato del voto e cercare di capire i propri errori e limiti e invece come è stata analizzata la situazione, peraltro prevedibile, venutasi a creare? Individuando un capro espiatorio di nome populismo e fermandosi lì.
È triste vedere e sentire oggi come gli esponenti di partiti che sono stati artefici dei disastri politico-economico-sociali degli ultimi decenni, e che per questo hanno lasciato sul campo milioni di voti, non riescano a fare altro, con la supponenza che li ha sempre contraddistinti, che denigrare gli avversari bollandoli come incapaci, eversivi, confusionari e via di questo passo. Non farebbero meglio a fare un po’ di autocritica, ringiovanire la base, studiare meglio la situazione socio-politica globale e nazionale, mettere da parte anacronistiche ideologie rimettendo al centro del dibattito nuovi ideali, battersi per sganciare la politica dagli interessi economici? L’economia dovrebbe infatti diventare uno strumento della politica e non il fine della stessa. Si dovrebbe poi anche avere la capacità di analizzare, in maniera responsabile e non aprioristica, quanto il Governo sta cercando di attuare anche alla luce dei pochi mesi passati dall’insediamento. Tanto per fare un esempio un bel dibattito trasversale sullo scempio delle privatizzazioni e delle concessioni autostradali, allegramente rilasciate dai governi di centro sinistra, andrebbe a giovamento dell’intero Paese se affrontato senza preconcetti. Anche il recente provvedimento legislativo contro la corruzione, finalmente portato all’attenzione del Parlamento, pare andare nella giusta direzione mentre prima si sono sempre fatte orecchie da mercante. Ciò non toglie che si possa manifestare, senza se e senza ma, il proprio dissenso sull’idea disumana di politica migratoria proposta dall’attuale Ministro dell’Interno, magari ricordando, per onestà intellettuale, anche i disastri del suo predecessore Minniti sullo stesso tema, però non si può limitare il dibattito pubblico ad un unico argomento seppur di grande importanza.
C’è un Paese seduto e sfiancato nel quale si dovrebbe tirare una riga sul recente passato e costruire una classe politica più giovane e nuova in grado di saper leggere e interpretare, non avendo scheletri negli armadi, la società del terzo millennio. Serve una rivoluzione culturale e morale, ma se continueranno a proporci leader che hanno fatto il loro tempo e hanno potuto giocare le loro carte, tralasciamo con quali risultati, come Berlusconi, D’Alema o Renzi non andremo certo lontano.

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Francesco Comotto

Consigliere Comunale a Ivrea dal 2013.

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