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Martedì, 25 Maggio 2021 21:42

L'Italia in ginocchio

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Il tema di questo articolo avrebbe dovuto essere tutt’altro, ma l’ennesima inaccettabile tragedia accaduta domenica scorsa sulla funivia del Mottarone a Stresa non poteva venire sottaciuta unendoci al dolore delle famiglie di quelle vittime innocenti.

Persone come tante, come avrebbe potuto essere ognuno di noi, che dopo mesi passati rinchiusi nella propria città e nella regione di residenza hanno deciso di fare una gita all’aria aperta in seguito alla tanto attesa riapertura. Vite spezzate per un tragico destino, ma non possiamo e non dobbiamo lasciare che anche questa evitabile tragedia venga rubricata come pura fatalità. Deve essere chiaro che qui la fatalità non c’entra nulla, disastri come questi avvengono per l’incuria, spesso dolosa, e per l’avidità dell’uomo che negli ultimi secoli ha messo al primo posto delle proprie priorità il denaro, il profitto, l’accumulazione di ricchezza materiale. Come non c’entrava la fatalità nel crollo del Ponte Morandi di Genova che causò 43 vittime senza aver ancora individuato, oggi dopo quasi tre anni, le responsabilità a tutti i livelli. Eppure è tutto chiaro, ci sono le confessioni, le registrazioni, le deposizioni: si trattava di un sistema durato decenni che mirava ad accumulare ricchezza nelle mani di pochi a scapito della sicurezza di molti ed ecco che i ponti crollano, dalle gallerie si staccano pezzi di muro e lamiere. E non è stata nemmeno revocata la concessione miliardaria che permette alla proprietà di aumentare a dismisura il proprio patrimonio. Non bisogna però pensare che quello sia l’unico caso, è il sistema che è marcio fin dalle radici e la politica, che il sistema l’ha creato, non fa nulla, o comunque troppo poco, per ripristinare la legalità, livelli minimi di sicurezza e assicurare  correttezza negli appalti e nella gestione.

In entrambi i disastri la causa principale è la scarsa o nulla manutenzione delle opere. E perché non viene fatta la manutenzione? Perché costa. Poco importa se è necessaria ad evitare tragedie come queste, a dare lavoro, diretto e nell’indotto, a rendere moderno e sicuro un Paese che sta sperperando la poca credibilità che ancora gli era rimasta.

Già i costi, i tagli. Ecco che tramite il ricorso alla famigerata competitività le imprese si devono attrezzare per garantire prezzi sempre più bassi anche quando la committenza è pubblica e il costo unitario delle opere in Italia è uno tra i più alti al mondo. E per comprimere i costi cosa si può fare? La storia recente ci ha insegnato che secondo il dogma capitalista-liberista questo viene fatto tagliando posti di lavoro, sfruttando i lavoratori, riducendo gli oneri per la sicurezza dei lavoratori in primis, ma anche dei prodotti e dei servizi, magari non svolgendo le dovute manutenzioni o senza eseguire i necessari controlli sull’intera filiera; tutto in nome del Dio denaro.

Fino ad un certo punto della storia, individuabile facilmente nell’avvento del capitalismo, l’uomo ha basato la propria vita su valori alti, immateriali, spirituali. I grandi pensatori illuminati alla Olivetti, giusto per citarne uno a noi vicino, hanno sempre dato grande importanza alla filosofia, alla politica (quella onesta), all’uguaglianza e alla solidarietà, al dibattito pubblico, alla libertà, ai diritti, alla vita. Purtroppo questa linea intrisa di umanesimo, questo modo di intendere la vita, non ha avuto la forza di non farsi scalzare da un’economia predatoria che oggi, più di ieri, fa muovere tutto aumentando giorno dopo giorno la forbice tra sempre meno ricchi e una moltitudine, sempre più ampia, di poveri.

Molti commentatori, noi compresi, vanno dicendo fin dall’inizio della pandemia che non si dovrà commettere l’errore di voler tornare “a come era prima” perché il sistema era già malato da tempo e la pandemia ha messo solamente in evidenza storture e iniquità che  non ci possiamo più permettere. A vedere le decisioni del governo italiano del banchiere Draghi - uno dei massimi rappresentanti mondiali di quel sistema di turbo-capitalismo finanziario sopra evocato - soprattutto in tema di Recovery Fund, pare però che la lezione non sia servita e giù a immaginare grandi opere inutili, cemento, asfalto, buchi nelle montagne, un ponte in area ad elevato rischio sismico, mentre il dissesto idrogeologico avanza senza sosta e ogni tanto ci si trova a piangere le vittime di un’alluvione, di una frana, di un crollo. Proprio nei giorni precedenti l’ennesima tragedia sono uscite le bozze del primo decreto attuativo del PNRR e cosa si scopre? Che viene praticamente azzerato il codice degli appalti ammettendo subappalti indiscriminati, assegnando appalti al massimo ribasso, eliminazione dei controlli sui vincoli paesaggistici e architettonici. L’esatto contrario di ciò che si dovrebbe fare e cioè un grande piano nazionale di manutenzione e di messa in sicurezza del territorio e del patrimonio pubblico con l’eliminazione delle barriere architettoniche. Il tutto in un quadro di vera salvaguardia ambientale e di sostenibilità per poter consegnare alle nuove generazioni un mondo vivibile e migliore di quello che  abbiamo ricevuto noi in eredità.

Tutto questo prevede però un passaggio cruciale e cioè il passaggio dalla competizione alla collaborazione, dal profitto di pochi ad un equa redistribuzione delle risorse e della ricchezza, dall’accumulazione basata  sulla massimizzazione dei profitti ad una visione comunitaria e solidale della società. Se vivessimo in una società basata su questi capisaldi molto probabilmente certe tragedie, come quella di domenica scorsa, potrebbero essere evitate salvaguardando in primo luogo la vita delle persone senza la quale non c’è nulla.

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Francesco Comotto

Consigliere Comunale a Ivrea dal 2013.

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