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Mercoledì, 31 Luglio 2019 13:23

La grande bellezza

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L’Italia è il Paese più bello del mondo. Detto così potrebbe sembrare uno slogan un po’ presuntuoso, ma se analizziamo in maniera oggettiva tutte le nostre ricchezze: geomorfologiche, storiche, artistiche, archeologiche, paesaggistiche, culturali e le compariamo con gli altri paesi del mondo intero difficilmente si potrebbe sostenere il contrario.

Se sulle peculiarità sopra enunciate, prese singolarmente, qualcuno potrebbe accampare livelli di eccellenza superiori ai nostri, sull’insieme non c’è storia, diventiamo imbattibili. Tutto questo non nasce dal nulla o per mano di qualche singola mente illuminata, ma grazie ad una lunga storia di ingegno, creatività, innovazione, visione, coraggio, intraprendenza. Virtù che, fin da molto prima dell’unità d’Italia, hanno saputo esprimere le genti che abitavano la nostra penisola. Madre natura ci ha donato un clima mite o comunque non troppo freddo né troppo caldo, migliaia di km di coste, centinaia di isole, un mare splendido, le Alpi e gli Appennini, laghi, fiumi, zone umide, spiagge incontaminate, dolci ambienti collinari. Tutte condizioni favorevoli che hanno dato vita a una biodiversità incredibile di flora spontanea, di fauna e di prodotti agricoli con i quali è stato creato un patrimonio agro-alimentare ed enogastronomico senza pari al mondo.
Stiamo parlando di evidenze inconfutabili che, se sfruttate a dovere, come ad esempio sanno fare bene i nostri cugini transalpini in ambito turistico, potrebbero farci vivere bene e con una maggior serenità tutti quanti.
Questo quadro è però dipinto da chi ha superato da tempo gli “anta” e viene da chiedersi se i giovani di oggi abbiano una percezione simile, o completamente diversa, del nostra Paese. Se ci guardiamo intorno infatti, oltre a vedere nel complesso una società più caotica, inquinata, individualista, maleducata e frenetica, dobbiamo fare i conti con scempi ambientali, sfregi paesaggistici, obbrobri edilizi ed urbanistici, una cementificazione selvaggia spesso abusiva.
Ci sarebbe insomma da far lavorare per decenni tutti gli italiani, partendo proprio dai nostri giovani magari affiancati ai disoccupati over cinquanta, con un grande progetto di rigenerazione finalizzato a rimettere in sesto e in sicurezza il nostro Paese per poi rilanciare con forza un nuovo rinascimento italiano in grado di farci vivere tutti meglio e in condizioni di benessere psico-fisico, più che economico. Ormai l’abbiamo capito tutti che la felicità, il benessere, le idee, il libero pensiero e la salute non si possono comprare in un centro commerciale.
Oggi però qui non ci sono le condizioni e i nostri giovani, anche grazie alla facilità di spostamento a prezzi irrisori, più che ragionare in termini di una complicata ricostruzione socio-economica in patria tendono a rifugiarsi all’estero, in Paesi dove le condizioni di crescita sono state create per preparare la futura classe dirigente del pianeta.
Ciò che viene difficile da digerire è come sia stato possibile, e si continui a farlo, dilapidare un patrimonio non solo naturalistico e ambientale, ma anche tecnologico, economico, culturale, sociale di tale grandezza. Probabilmente il boom economico e di sviluppo frenetico del dopoguerra ha fatto emergere le caratteristiche peggiori degli italiani che si sono appiattiti sulla visione capitalistica di stampo liberista di un’economia basata solo sul profitto a qualunque costo, sia esso sociale o ambientale. Una corsa al denaro che in un primo periodo ha dato vita ad una classe media che è diventata il motore di un Paese in crescita, ma che poi ha intrapreso una deriva in termini di egoismo e di individualismo che sta allargando sempre di più la forbice tra ricchi e poveri.
Chi ha già qualche anno sulle spalle ricorderà certamente le grandi imprese/organizzazioni statali come l’ENI, la SIP, l’ENEL, l’IRI, le FFSS, ecc. che in quanto statali non badavano solo al profitto, ma anche a portare l’energia elettrica, tanto per fare un esempio, nella più sperduta baita alpina. Questa visione del bene comune e del servizio pubblico universale è andata via via scemando a scapito di una visione economicista sempre più finanziarizzata, tipica di un capitalismo di stampo liberista che ha portato anche l’Italia a muoversi verso uno scriteriato piano di privatizzazioni che ha di fatto consegnato tecnologia, infrastrutture, mercati, enormi ricchezze nelle mani di pochi gruppi/famiglie industriali privandosi di un patrimonio incommensurabile generato dal lavoro e dall’ingegno di grandi personalità che credevano in un’Italia diversa, un’Italia di tutti.
Periferie disordinate e abbandonate a loro stesse, un’edilizia industriale senza regole, sfruttamento indiscriminato di risorse naturali e di territorio (a partire dalla sottrazione all’agricoltura di terreni agricoli), condizioni di lavoro disumane e senza sicurezza, inquinamento fuori controllo sono oggi i problemi lasciatici in eredità da una classe dirigente e politica predatoria e indifferente alle esternalità negative portate da un ingannevole quanto immaginario sviluppo infinito che oggi mostra il fianco su tutti i fronti.
Non basterà urlare allo scandalo ad ogni nuovo governo, bisognerà dare vita a un’inversione di rotta tenendo il buono che è stato fatto, ma cambiando radicalmente mentalità rilanciando forme di economia civile rispettose che sappiano guardare al welfare, alle relazioni sociali, al benessere di tutti e alla salvaguardia dell’ambiente. Noi siamo convinti che questa strada sarà più facile da intraprendere se si partirà dal piccolo, dagli enti locali per poi contaminare “dal basso” anche i piani più alti della struttura istituzionale del nostro grande e inimitabile Bel Paese.

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Francesco Comotto

Consigliere Comunale a Ivrea dal 2013.

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