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Mercoledì, 13 Novembre 2019 21:27

Se è una femmina si chiamerà Futura

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Nel 1979 Lucio Dalla si trovava a Berlino senza, ovviamente, poter immaginare cosa sarebbe accaduto da lì a dieci anni esatti. Mentre è in giro per la città chiede a un taxista di accompagnarlo al Check Point Charlie, l’unico varco in quel Muro della Vergogna che divideva in due la città.

Arrivato lì si siede su una panchina, assorto in un silenzio ispiratore, e in quel breve lasso di tempo scrive Futura, una delle sue canzoni più belle e struggenti. E’ la storia di due ragazzi, una di Berlino Est e l’altro di Berlino Ovest, che immaginano il possibile frutto del loro difficile amore: “nascerà e non avrà paura nostro figlio” con la promessa che “se è una femmina si chiamerà Futura”. Il testo, quasi profetico, parla di un mondo già in crisi per cui lui dice a lei: “Chiudi i tuoi occhi e non voltarti indietro. Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro. E sta cadendo come un vecchio presepio”. La situazione di tensione tra est e ovest, la cortina di ferro, l’Europa che ancora non riesce ad esprimere le proprie potenzialità, i Paesi dell’est succubi dell’influenza sovietica, non fanno certo immaginare nulla di buono però qualcosa comincia a muoversi. Qualche bagliore, seppur lontano, inizia a rompere il buio riaccendendo la speranza: “Dove sono le tue mani. Aspettiamo che ritorni la luce. Di sentire una voce. Aspettiamo senza avere paura, domani”. Alla speranza e alla determinazione nell’immaginare un mondo migliore, più giusto e senza più guerre e violenza si affiancano però, e questa è la parte più attuale della canzone, il dubbio sulla reale capacità della comunità internazionale di sapersi muovere nella giusta direzione e di conseguenza l’incertezza sul futuro. “E chissà come sarà lui domani. Su quali strade camminerà. Cosa avrà nelle sue mani, le sue mani”. Prima della caduta del muro l’arte, in genere, ma soprattutto la musica, molto ha fatto per agevolare un percorso di riappacificazione e unità tra le due parti della città tedesca.

David Bowie alla fine degli anni ’70 del secolo scorso incide una trilogia, proprio nella futura capitale della Germania, nella quale trova spazio l’indimenticabile Heroes, una sorta di elegia che parla di due ragazzi che si baciano, come gesto di sfida, al di là del muro sotto il sibilo degli spari: “we can be heroes, just for one day”. Eroi quindi, anche se solo per un giorno, il che sarebbe già qualcosa, anche se: “oh we can beat them, for ever and ever”, il regime si può battere per sempre. Un vero e proprio inno alla pace e alla riunificazione che Bowie canterà nel 1987 davanti al Reichstag con molti berlinesi dell’Est che poterono ascoltarlo seppur rimanendo, finalmente ancora per poco, dall’altra parte dell’odioso muro. E poi molti altri da Lou Reed agli U2, da Nena agli Scorpions, dai Pink Floyd ai R.E.M., dai Sex Pistols ai Ramones, da Iggy Pop a Nick Cave, quest’ultimo immortalato anche in un cameo nel film di Wim Wenders: “Il cielo sopra Berlino”.

Impossibile non ricordare anche chi riuscì a suonare al di là del muro come Bob Dyland nel settembre del 1987 e il boss, Bruce Springsteen, pochi mesi prima del crollo quando, esibendosi di fronte a 300.000 persone, disse: “Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute” ed è chiaro a quali barriere si riferisse poco prima di intonare un manifesto pacifista come Chimes of Freedom di Dylan.

Le cause che portarono alla caduta del muro furono tante a partire dall’insediamento al Cremlino di Michail Gorbaciov che agevolò la "Perestroika", la radicale trasformazione della politica e dell’economia russa, favorì la "Glasnost", che avrebbe dovuto portare alla trasparenza politica e promise ai Paesi del Patto di Varsavia di non intromettersi più nei loro affari interni. Cominciarono così, e in alcuni Paesi erano già cominciate, una serie di rivolte delle popolazioni nei confronti di leader politici fantoccio che li avevano volutamente tenuti nell’ignoranza e nella povertà tanto che l’attuale presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, nel giorno del trentesimo anno dalla caduta, ha riconosciuto come "senza la voglia di libertà dei polacchi, degli ungheresi, dei cechi e degli slovacchi, la rivoluzione pacifica nell'Europa dell'Est e l'unità tedesca non sarebbero state possibili". Sempre in occasione della tessa ricorrenza non poteva mancare il discorso solenne di Angela Merkel, presso il Memoriale del Muro, nel quale ha sostenuto che: “Nessun muro che emargini esseri umani e limiti la libertà è così alto o largo da non poter essere abbattuto".

Sono passati quindi trent’anni da quel lontano 9 novembre 1989, giorno in cui accaddero eventi che hanno modificato il corso della storia. Trent’anni durante i quali si è persa la grandissima occasione di agevolare un percorso di transizione consapevole, equilibrato, condiviso tra i popoli, capace di coinvolgere tutti i cittadini e tutte le classi sociali e così oggi ci troviamo in una situazione geo-politica tremendamente ingiusta e non troppo diversa da quella di allora. Caduto un muro ne sono cresciuti e crescono altri, troppi. Muri che nel tempo noi giovani di allora non siamo riusciti, crescendo, a impedire nonostante quelle picconate, quelle lacrime di gioia, quegli abbracci sopra quel muro che stava per cadere definitivamente, ci fossero apparsi come il segnale di un mondo nuovo fatto di pace, equità, giustizia, rispetto, solidarietà, non violenza. Altri muri sono cresciuti e ne stanno crescendo altri magari non materiali, ma probabilmente anche peggiori che sono i muri dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo, del nazionalismo. Non volendosi limitare al pessimismo va anche detto che qualcosa è successo, qualcosa è stato fatto e la qualità e le aspettative di vita delle persone si sono ampliate ed è da lì che dobbiamo ri-partire riprendendo le utopie di allora, raccontandole ai più giovani e cercando di concretizzarle prendendo magari come spunto le parole dell’indimenticato Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel 1979, in una visita al suo omologo della Repubblica Federale Tedesca Karl Carstens, disse: “l’Europa unita può svolgere opera di mediazione in difesa della pace (…) se è vero che l’Europa è stata la culla della ragione, prevalga la ragione e si arrivi nella sicurezza al disarmo totale e controllato. La fame e la miseria potranno validamente essere combattute. Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgenti di morte; si colmino i granai, sorgenti di vita. Utopie, queste? Quante utopie sono diventate realtà…”.

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Francesco Comotto

Consigliere Comunale a Ivrea dal 2013.

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